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Barcellona - Molto più che una metropoli

Elisa Bolzicco - Eris28 settembre 2026

Nel settembre del 2024 sono partita alla volta di Cervera, un paese a circa un’ora dalla capitale catalana, per lavorare un anno come ragazza alla pari. Nel tempo libero che riuscivo a ritagliarmi, prendevo sempre il primo autobus diretto a Barcellona, passando dalla calma e silenzio del paese dove vivevo al caos di una città che non si ferma mai.

Quando impari a conoscerla, però, quella confusione assume un ruolo fondamentale: nessuno sa chi sei, non importa cosa tu stia facendo lì o perché abbia in mano un caffè con ghiaccio in pieno dicembre. Immersa in quella marea di gente, ho capito che tutti erano troppo impegnati a raggiungere il proprio obiettivo della giornata per avere il tempo di concentrarsi su quello che stavo facendo io. Spesso si pensa che la frenesia che contraddistingue le metropoli come Barcellona sia un punto a sfavore, qualcosa di opprimente, ma, venendo da un paesino della campagna italiana con cinquecento abitanti, quel caos ordinato della città mi ha donato sollievo; essere solo una fra tanti, sentire che per un paio d’ore potevo essere chi volevo senza la paura del giudizio altrui. Viaggiare, uscire dalla propria bolla, scoprire cosa c’è al di fuori, apre la mente in maniera sconvolgente. Nel mio caso ho preso due valige da ventitré chili e sono partita con un volo di sola andata per un paese che conoscevo appena, in cui pensavo si parlasse una lingua, per poi scoprire che per la maggior parte del tempo ne avrei ascoltato una totalmente differente. Il segreto per ritrovare sé stessi a volte è semplicemente perdersi, che sia in un bar con caffè di specialità, in un’attrazione turistica troppo affollata o su un lungomare in inverno.

A volte però, proprio il sovrappopolamento che ci permette di essere un numero fra tanti, diventa una lotta continua per chi è immerso in quel numero da quando è nato. L’overtourism è un problema che, con il passare degli anni, si è ingigantito sempre di più, portando i resilienti a ribellarsi con continue proteste e graffiti sui muri chiedendo ai turisti, in maniera a volte poco educata, di tornarsene a casa. Da fuori può sembrare un’esagerazione, in fin dei conti città come Barcellona devono la maggior parte delle proprie entrate ai portafogli degli stranieri in visita; ma, se entriamo nell'ottica dei residenti, notiamo che trovare un alloggio in affitto a lungo termine è diventato un’impresa titanica, per l’aumento degli immobili adibiti ad affitti temporanei, come Airbnb, per accogliere le numerose persone che si fermeranno solo il tempo di una visita rapida ai monumenti principali. Ci sono poi gli expats, che per lavoro si trasferiscono non più di un paio di mesi lasciando alla città solo un appartamento vuoto in più, che sarà riempito dalla prossima famiglia di turisti inglesi. E, per la legge del mercato, la poca disponibilità e la grande domanda hanno portato a un’elevata inflazione dei prezzi. Barcellona è infatti diventata la città con il costo della vita più alto di tutta la Spagna, superando la capitale Madrid o altre grandi città come Valencia. Per far fronte a queste difficoltà si sta cercando di limitare gli affitti temporanei. Barcellona ha infatti intenzione di azzerare e non rinnovare le più di diecimila licenze per appartamenti turistici con contratto a breve termine entro il 2028. Inoltre, è prevista l’applicazione di un tetto massimo anche per i prezzi degli affitti a lungo termine. Questi provvedimenti potrebbero non essere la soluzione finale, ma è sicuramente un passo avanti verso un futuro più orientato al benessere locale. Da qui nasce anche una grande promozione del turismo sostenibile, fenomeno visibile soprattutto sulle piattaforme social, dove le proteste vengono usate come tramite per sensibilizzare i turisti e gli stranieri che vogliano visitare la città rispettando chi ci vive e ci lavora ogni giorno. Il maggior consiglio è quello di evitare le grandi catene e scegliere piuttosto piccole realtà locali. In questo modo si potrà sia aiutare la gente del posto, sia sperimentare la vera tradizione. Una seconda accortezza è quella di rispettare gli orari di riposo, soprattutto tarda notte: per noi potrebbe essere una divertentissima serata all’insegna di musica, cocktail e grida, ma dietro quelle finestre oscurate da una persiana c’è forse una persona che si dovrà svegliare alle sei del mattino per prepararci la colazione al bar il giorno seguente. In fondo non serve andare tanto lontano per capire ciò che quei video su Tiktok cercano di dirci: basti pensare a città come Venezia, dove durante l’alta stagione è impossibile anche solo fare un passo tra le vie sovraffollate.

Un contesto storico-geografico e culturale di cui Barcellona fa parte potrebbe essere utile per scoprire di più sulle silenziose norme sociali degli abitanti locali. La Catalogna è una comunità autonoma nel nord-est della Spagna, confina con la Francia e si affaccia sul Mar Mediterraneo. Oltre a Barcellona, le altre tre province catalane sono Tarragona sulla Costa Dorada, Girona sulla Costa Brava e Lleida, situata nell’entroterra. Per molti anni, e ancora oggi, una gran parte del popolo catalano ha lottato per l’indipendenza dalla Spagna, rinnegando tradizioni, lingua e cultura del resto della penisola (fatta ad eccezione dei Paesi Baschi, ma questo discorso necessita un ulteriore approfondimento), tanto da avere una propria bandiera indipendentista diversa da quella catalana classica, mentre quella spagnola è raramente presente nel territorio, senza considerare gli utilizzi istituzionali. Il catalano, diversamente da quanto si possa pensare, non è affatto un dialetto, bensì la prima lingua ufficiale della comunità autonoma. Lo spagnolo, infatti, è solo al secondo posto. Nei documenti ufficiali, in tutta la burocrazia e quant’altro, si troverà sempre la lingua catalana, mentre la traduzione sarà (se presente) solo secondariamente. In quanto lingua ufficiale, viene insegnata nelle scuole come materia fissa. Il programma è impartito in catalano, ad esclusione del castellano e dell’inglese. Questa lingua è essenziale per gli abitanti della comunità, che cercano di difenderla dall’essere dimenticata. Questo è purtroppo un grande problema a Barcellona: una città piena di turisti stranieri, di emigrati e di expats che, una volta resi conto del fatto che parlando in inglese saranno comunque capiti, non fanno il minimo sforzo per imparare lo spagnolo- figurarsi il catalano. Con il passare degli anni anche la popolazione locale sta iniziando a perdere l’abitudine nel parlato, rendendo sempre più difficile la sopravvivenza del catalano per le strade della città.

Come in tutte le comunità autonome della Spagna, il folclore locale è ancora abbastanza presente, in maniera ridotta nelle grandi città rispetto a un paese rurale. El Castell, le feste di Sant Jordi e Sant Joan, il Tiò de Nadal e i caganers, sono solo alcune delle tradizioni popolari che riescono a non essere eclissate dalla sempre più forte necessità della città di conformarsi con le usanze straniere, asettiche, che a poco a poco stanno cancellando l’essenza della cultura catalana. Il Castell è una torre umana tradizionale della Catalogna, diventata patrimonio dell’UNESCO. I Castellers si dividono in colles, ovvero fazioni identificate da un colore; il loro obiettivo è quello di formare la torre più alta per vincere la competizione. Si inizia con il formare la base, detta pinya, che deve essere robusta e stabile, formata dagli uomini più forti; segue il tronc, ovvero la parte centrale, che può essere di diverse altezze. Poi, quattro bambini si arrampicano sulle schiene degli uomini già in posizione per formare il pom; infine, sulla cima si posizionano altri due piccoli. Molto spesso le fazioni avversarie si posizionano alla base del Castell in costruzione per dare maggiore stabilità. Il 23 aprile di ogni anno le strade e gli edifici di Barcellona si riempiono di rose rosse e di stand adibiti alla vendita di libri in occasione della Diada de Sant Jordi. La tradizione vuole che l’uomo regali alla propria amata una rosa, mentre lei in cambio gli regali un libro. Tutto nasce da un’antica leggenda in cui un valoroso cavaliere sconfisse il drago che terrorizzava la città di Montblanc. Dal sangue del drago nacque un roseto, dal quale il cavaliere colse un fiore per donarlo alla principessa che aveva salvato. Per fare una comparazione, si potrebbe considerare questa festa l’equivalente di San Valentino.

La nit de Sant Joan si celebra tra il 23 e il 24 giugno a suon di petardi lanciati dai più piccoli, di fuochi d’artificio e di crepitii, provenienti dai focolari accesi sulle spiagge della costa mediterranea o nella piazza del proprio barrio. In questo falò vengono bruciati dei bigliettini con su scritti i propri desideri con la speranza che si avverino, oppure si salta il fuoco per tre volte come rito propiziatorio. Ad accompagnare la festa c’è la Coca di Sant Joan, un dolce tipico con una base di focaccia dolce guarnita tradizionalmente con frutta candita, anche se ad oggi la si può trovare per tutti i gusti.

Per quanto riguarda le tradizioni natalizie, sono presenti due figure fondamentali: il caganer e il Tiò de Nadal. Il caganer, come suggerisce anche il nome, è una statuina di un contadino vestito con abiti tipici, accovacciato intento a defecare. Viene posizionata nel presepe, la tradizione nacque già durante l’epoca barocca, pensando che le feci portassero fortuna, fertilità e prosperità. Al giorno d’oggi si può trovare un caganer di qualsiasi personaggio o celebrità a cui si possa pensare, dalla regina Elisabetta a Messi o addirittura ai Primi Ministri. A Barcellona sono presenti diversi negozi tipici dove poter acquistare il proprio caganer. Il Tiò de Nadal, invece, è un tronco ornato con bocca, occhi e naso dipinti e delle astine di legno come zampe. All’inizio del mese di dicembre i bambini vanno alla ricerca del Tiò, nascosto dai genitori fuori o dentro casa. Una volta trovato lo si pone sotto l’albero e bisogna prendersene cura, dandogli da mangiare ogni notte prima di andare a dormire, per far sì che si riempia bene la pancia e possa espellere tanti regali il 24 dicembre. Affinché i bambini possano riceverli, devono recitare una filastrocca e colpire con un lungo bastone il tronco, posto solitamente sotto una coperta per nascondere i regali precedentemente preparati dagli adulti. In molte famiglie di tutta la Spagna la figura di Babbo Natale non esiste e arrivano i Re Magi il 6 gennaio; perciò, questi regali ricevuti dal Tiò sono spesso gli unici che i bambini apriranno nel mese di dicembre.

Nonostante il resto della Spagna consideri il catalano una lingua minoritaria, a livello locale esistono gruppi e cantanti solisti che tengono alta la bandiera della propria comunità, realizzando progetti musicali esclusivamente in catalano. Altri cantanti, invece, hanno scelto di aprirsi al vasto pubblico spagnolo fino a conquistare quello internazionale, come nel caso di Rosalía, originaria di Barcellona (un dettaglio che non tutti conoscono). Ci sono figure che invece hanno cercato di esportare il catalano anche nel resto della penisola, come Miki Nuñez e Max Navarro, entrambi ex concorrenti del reality musicale Operación Triunfo, rispettivamente dell’edizione del 2017 e quella più recente del 2025.

Una delle canzoni più popolari di Miki è «Escriurem», una ballata completamente in catalano, da cui poi è uscita una versione con strofe anche in basco con IZARO, cantante euskalduna. Il cantante ha ottenuto una grande visibilità in tutto il paese grazie al programma, tanto da poter portare i suoi progetti (per la maggior parte in lingua catalana) anche al di fuori della comunità autonoma.

Per la stessa ragione, anche Max Navarro è riuscito nell’impresa di affermare una canzone completamente in catalano, «Estrelles», presso un pubblico spagnolo. Il giovane cantante ha sempre difeso con unghie e denti la sua terra natale, dicendo che la maniera più naturale con la quale riesce a fare musica è quella di scrivere le sue canzoni in catalano. Per ovvie ragioni, il singolo di debutto è stato accolto con maggior euforia in Catalogna, ma nonostante questo esso è stato una delle proposte più ascoltate tra i concorrenti della sua edizione.

C’è invece chi di comporre in castellano non ne vuole proprio sapere. È il caso del gruppo Oques Grasses, di cui tutti i progetti attualmente usciti sono interamente in lingua catalana. Spiccano in maniera particolare l’album A Tope amb la vida con la «Gent que Estimo» e Fruit del Deliri con «Sort de tu». La band dopo anni di attività e di tournée in tutta Catalogna ha recentemente annunciato gli ultimi quattro concerti nell’Estadi Olimpic Luis Companys prima della sua ritirata dalla scena artistica.

Concludendo, la ragazza che è partita in quel settembre del 2024 non è più tornata a casa, non del tutto almeno: vivere all’estero ti cambia. Ti fa capire che puoi essere tutto o niente, lo decidi tu; ti rende più responsabile, di te stesso e degli altri; ti fa capire che il rispetto della cultura locale, delle abitudini di chi in quella città ci è nato, ci vive e ci lavora ogni giorno non vanno calpestate o ignorate, ma accolte, capite e, soprattutto, appoggiate anche se distanti da quelle che conosciamo. Quindi, se si ha la possibilità, il mio invito è quello di partire, perché fuori dalla bolla di quello che già conosciamo ci sono una marea di opportunità, possibilità, prospettive che aspettano solo di essere trovate. Personalmente non so cosa ne sarà di me tra tre, cinque oppure dieci anni, ma sono abbastanza sicura che mi troverete in Spagna, magari festeggiando Sant Joan o scegliendo il caganer che più mi diverte.

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