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Il futuro costruito con la pellicola

Sofia Brianti - Supernova28 settembre 2026

Metropolis di Fritz Lang è a mio parere da considerarsi l’antenato genetico di tutti i kolossal moderni del genere sci-fi: un film che nel 1927 ha immaginato il futuro con una precisione quasi inquietante, e che ancora oggi sembra parlare la lingua della fantascienza contemporanea. La cosa sorprendente è che tutto ciò che vediamo sullo schermo nasce in un’epoca in cui non esistevano computer, green screen o effetti digitali. Per costruire la gigantesca città verticale, il direttore della fotografia Eugen Schüfftan inventò un trucco che oggi definiremmo proto‑digitale: uno specchio inclinato a 45 gradi rifletteva un modellino dettagliatissimo della metropoli, mentre una piccola parte dell’argento veniva grattata via per permettere alla telecamera di «vedere» gli attori reali sul set. In questo modo miniature e persone si fondevano in un’unica inquadratura direttamente sulla pellicola. È impressionante pensare che l’antenato del compositing digitale nasca da un gesto così fisico, quasi artigianale.

La dimensione produttiva del film non è meno futuristica. Metropolis fu un progetto talmente ambizioso da rischiare di far fallire la UFA, la casa di produzione tedesca che lo finanziò: oltre 36.000 comparse, 1.100 uomini calvi per le scene degli operai, più di 300 giorni di riprese e un budget di 5 milioni di marchi. È curioso notare come le dinamiche dei blockbuster moderni — costi vertiginosi, tempi infiniti, ambizioni spropositate — fossero già presenti nel 1927. Lang costruisce un colossal senza CGI, ma con una quantità di lavoro umano che oggi sarebbe impensabile. E poi c’è la Maschinenmensch, una delle figure robotiche più celebri della storia del cinema. Il costume, modellato in plasticene e dipinto d’argento, sembra metallico, ma è completamente artigianale. La celebre trasformazione del robot nel doppio umano di Maria fu ottenuta sovrapponendo manualmente cerchi di luce concentrici ed effetti di esposizione multipla. È un momento che ancora oggi conserva una potenza visiva incredibile, e che ha influenzato direttamente l’estetica dei cyborg moderni: da C‑3PO di Star Wars a interi immaginari della fantascienza contemporanea. Guardare la Maschinenmensch significa vedere la genealogia di tutto ciò che verrà dopo.

Il legame con il cinema di oggi è evidente. Lang affronta già nel 1927 i grandi interrogativi che alimentano la fantascienza moderna: la ribellione delle macchine, la disuguaglianza sociale in una distopia urbana, la tecnologia che sfugge al controllo umano. I temi di Metropolis, quali la verticalità sociale, l’alienazione lavorativa e la distopia sociale, si ripropongono in film come Blade Runner (1982) e Matrix (1999); quest’ultimo eredita l’incubo di una tecnologia parassita che riduce l’uomo a risorsa energetica. Possiamo ancora citare Dark City (1998) per il controllo sociale, mentre il tema del robot/falso Io di Rotwang e Maria risuona nella solitudine affettiva e nella tecnologia sostitutiva di Her (2013). La vera linea di demarcazione con il passato risiede però nel linguaggio visivo. L’illusione di Metropolis nasce dalla materia fisica del cinema: specchi, luci, modellini, chimica della pellicola. Oggi tutto questo viene ricreato con stringhe di codice ed effetti digitali, che sicuramente agevolano il lavoro di tecnici ed effettisti, ma rubano anche una parte di artigianalità cinematografica che era avvertita dallo spettatore in modo quasi tangibile, umano. Rivisitare questa pellicola ad oggi, con l’avvento dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie, significa interrogarsi circa il senso profondo di quest’opera cinematografica: cosa succede quando il progresso corre più veloce di noi? O meglio, quando il progresso prende il sopravvento sulla nostra umanità, cominciando a replicarla? Il film di Lang offre un suggerimento per rispondere a questa domanda. La risposta al quesito non è situata nella tecnologia distorta di quella città utopica, ma nel rapporto che i protagonisti del film riescono a instaurare con essa. Ed è forse proprio questo rapporto, questo gesto artigiano che domina anche l’effettistica del film, lo strumento con cui Lang vuole ricordarci che ogni innovazione creata per l’umano, e non contro l’umano, acquista valore solo quando è essa stessa permeata di profonda umanità.

Rivedere Metropolis nel 2026 significa riconoscere che il futuro non è mai davvero nuovo. Qualcuno, quasi un secolo fa, lo aveva già immaginato. Lang non ci mostra solo una città del domani: ci mostra la nostra.

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