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L’Odissea di Nolan

Sofia Nobile - Urano, Marta Scampa – Marte, Elisa Frare - Phoenix28 settembre 2026

La scelta del regista pluripremiato Christopher Nolan di portare l’Odyssey sui grandi schermi è coraggiosa e audace, forse anche un po’ sfrontata: significa confrontarsi con uno dei racconti fondativi della cultura occidentale. In passato sia il cinema che la televisione hanno cercato di raccontare il poema di Omero e di farlo proprio, volendolo rappresentare al meglio. Si possono menzionare alcuni: il cortometraggio del 1905 L’Île de Calypso di Georges Méliès, seguito da L’Odissea del 1911 diretto da Francesco Bertolini, Giuseppe de Liguori e Adolfo Padovan. Tuttavia, resta nell’immaginario collettivo di molti il protagonista Ulisse interpretato da Kirk Douglas in Ulisse del 1954, e non si può non nominare la miniserie Rai Odissea del 1968, diretta da Franco Rossi, che è diventata un punto di riferimento tra i diversi adattamenti del poema epico. Nolan però non decide di limitarsi a trasporre Omero, ma di trasformare il viaggio dell’eroe greco in un'esperienza cinematografica totale, dove tecnologia, letteratura e riflessione filosofica convivono. Il risultato è un film che divide, sorprende e, soprattutto, invita lo spettatore a riflettere su quanto sia potente il sentimento di appartenenza alla propria terra e sull’inevitabile cambiamento della vita.

Ricostruzione, analisi e critica - Sofia Nobile

Il successo del film era già preannunciato, sia per la regia di uno degli autori più acclamati di sempre, sia per la scelta del cast, con alcuni degli attori e delle attrici più amati di Hollywood (e da Nolan stesso): il protagonista Ulisse interpretato da Matt Damon, già presente in moltissime opere del regista tra cui il recente Oppenheimer, Anne Hathaway nei panni di Penelope, la seducente e misteriosa Calipso interpretata da Charlize Theron e Robert Pattinson (che ha già lavorato precedentemente con Nolan in Tenet) nel ruolo di uno degli antagonisti del film, Antinoo. Odyssey ha incassato al box office in Italia oltre 49,5 milioni di euro e circa 1,29 miliardi di dollari nel mondo, ripagando abbondantemente i costi di produzione, che si aggirano intorno ai 250 milioni. In Italia la realizzazione della pellicola è stata fortemente sentita, sia perché Omero rappresenta le fondamenta della cultura letteraria e scolastica italiana, sia perché molte scene sono state girate nella nostra penisola: le isole Egadi in Sicilia, specialmente a Favignana, il castello di santa Caterina (la quale sarebbe la casa di Ulisse a Itaca), le isole di Vulcano e Panarea e le isole Eolie (in particolare a Lipari, dove si è girata la scena delle Sirene). Il film è stato girato usando metodi decisamente interessanti: viene ridotto l’utilizzo del green screen per favorire la fotografia naturale, la CGI diventa quasi impercettibile, le riprese sono state girate in mare aperto, portando sul grande schermo il movimento reale delle onde e la luce naturale del Mediterraneo. Nolan, per mettere in scena l’incontro di Ulisse con Polifemo, ha fatto costruire una gigantesca marionetta animatronica alta 18 metri, utilizzata sul set come riferimento reale per attori e macchina da presa, poi rifinita digitalmente. Ciò significa che gli attori non recitavano davanti al vuoto, ma avevano realmente davanti a loro una presenza fisica. Un’altra scelta interessante riguarda i costumi di scena, volutamente sporchi e usurati, lontani dall’estetica «pulita» di molti kolossal. Queste tecniche e scelte di regia racchiudono perfettamente la corrente di pensiero del regista, il realismo, ovvero la volontà di raffigurare la realtà in maniera chiara e coerente, allontanandosi dal genere artefatto o innaturale. In quest'ottica, il dialogo perde centralità a favore del visivo, permettendo al regista di creare scene di grande impatto attraverso l'uso di grandi formati e innovazioni tecnologiche. Il regista riesce a realizzare queste sue idee in Odyssey scegliendo di girare tutto il film con la tecnica (o con cineprese) IMAX di nuova generazione, garantendosi così il primato di primo film ad essere girato interamente in pellicola a scorrimento orizzontale a 15 perforazioni. Nolan l’aveva già impiegata per Tenet, Dunkirk, Interstellar e Oppenheimer. L’IMAX si differenzia dall’idea tradizionale di cinema perché non usa la pellicola classica da 35 mm, che scorre in verticale, ma un nastro da 65mm, che scorre in orizzontale, garantendo un fotogramma di maggiore portata e una risoluzione migliore. È sufficiente analizzare il nome IMAX, «Image Maximum», per capirne l’obiettivo: spingere al massimo la qualità visiva. Il mare sembra avere un peso fisico, i volti conservano una concretezza quasi tattile e ogni paesaggio acquisisce una dimensione monumentale. È evidente come il regista abbia pensato il film per il grande schermo, facendo dell'immagine non un semplice supporto della storia, ma parte integrante del racconto. La scelta di usare l’IMAX comporta anche alcuni problemi, tra cui il peso dell’attrezzatura di oltre 100 kg, il rumore dovuto all’enorme quantità di pellicola che la macchina deve trascinare a una velocità elevata e il costo di realizzazione del film (il più costoso della sua carriera). Nolan, tuttavia, è riuscito a gestire diverse di queste problematiche: ha chiesto all’azienda produttrice di costruire una macchina apposita per ridurre i rumori, e, per risolvere l’ingombro della cinepresa, ha utilizzato durante le scene di dialogo uno specchio, per permettere agli attori di vedere il volto della controparte. Odyssey ha ricevuto pareri molto contrastanti; c’è chi lo definisce come un kolossal vero e proprio, una nuova colonna nel cinema odierno, e chi accusa il regista di presunzione per voler realizzare un film di tale portata. Rotten Tomatoes l’ha valutato col 94% di recensioni positive, per il The New York Times la passione di Nolan per il cinema è presente in ogni inquadratura e The Times sostiene che è un capolavoro sotto ogni punto di vista. In contrasto con queste recensioni, Rolling Stone Italia apprezza la scenografia e le scelte stilistiche per la produzione della pellicola, ma critica la scelta di rappresentare gli dèi attraverso fenomeni naturali (seppur spettacolari) e proiezioni psicologiche, piuttosto che con attori in carne e ossa. Critica anche la scelta del cast, con troppi volti riconoscibili e non credibili nel ruolo, scrivendo come conclusione: «Se Oppenheimer era un film di sceneggiatura, questo è un film d’azione, è spettacolo senza mettere da parte l’umanità. Ma sempre con una certa coolness, che negli occhi di ghiaccio di Cillian Murphy e nel biopic del padre dell’atomica si specchiava meravigliosamente. Qui invece lascia il cuore un po’ al largo». Il film ha ricevuto diverse critiche, sia prima che dopo la sua uscita nelle sale. In primo luogo, la scelta di Nolan di affidare il ruolo di Elena (e della sorella Clitemnestra) all’attrice Lupita Nyong’o, ha suscitato discussioni e dibattiti in merito alla fedeltà ai canoni estetici e mitologici classici. L’attrice è stata poi paragonata dal pubblico a Diane Kruger, la quale ha interpretato Elena in Troy; per molti spettatori è lei la scelta perfetta per il ruolo della “donna più bella del mondo” che scatenò la guerra di Troia. Lupita, tuttavia, è stata sommersa di critiche anche durante il tour di promozione di Odyssey, in cui ha accusato Omero di aver dato pochissimo spazio e tempo al punto di vista delle donne, quasi emarginandole. Infine, Nolan ha consigliato a tutti gli spettatori di andare nelle sale che supportano il formato IMAX 70 mm per poter vedere la pellicola godendo delle sue tecnologie rivoluzionarie. Peccato che nel mondo esistano solo 41 cinema in grado di fare ciò, dove il prezzo del biglietto risulta decisamente più elevato; perciò, la stragrande maggioranza degli spettatori non ha potuto seguire il volere del regista. In Italia ci sono 8 sale cinematografiche che hanno la tecnologia IMAX, ma non ci sono sale dotate di proiettori analogici IMAX da 70 mm. Questo formato è pensato per riempire gli schermi che vanno da terra fino al soffitto, senza i classici margini neri intorno all’immagine; lo schermo insomma diventa quasi inesistente per chi guarda, che gode quindi di una visione immersiva e totalizzante. Di conseguenza, dal confronto tra una proiezione IMAX e una standard, molti utenti hanno accusato il regista di aver fatto una scelta ingiusta ed elitaria. Realizzare più strutture in grado di usare tale tecnologia però è complesso: le dimensioni delle sale moderne non sono adatte al formato e i costi di mantenimento e produzione sono notevoli. Ci si domanda se il cinema, usando tecniche di questa portata, sarà in futuro accessibile solo a una certa élite, e quanto questa modernizzazione farà del bene a quest’arte stessa. Il cinema è nato con l’obiettivo di essere accessibile e fruibile a tutti; di far vivere, raccontare storie e dare spunti di riflessione a più persone possibili, indipendentemente dal proprio status sociale. L’utilizzo di questa tecnica limitata e non di facile accesso, fa perdere al cinema il suo ruolo primario e artistico, privilegiando invece il mondo del marketing.

L’Eroe dalle molte risorse - Marta Scampa

L’Odisseo di Christopher Nolan riflette le caratteristiche principali del suo ethos, delineate principalmente nel poema epico che porta il suo nome, per le quali questo eroe è noto a noi tutti: l’astuzia, l’ingegno e la sete di conoscenza. Nel poema omerico le astute e ingegnose azioni dell’eroe gli valgono gli epiteti di polytropos, hapax omerico che possiamo tradurre come “versatile” o “dalle molte risorse”, polymetis cioè “dalla molta astuzia” e polytlas, ovvero “colui che ha molto sopportato”. Queste sue peculiarità sono state rivisitate nel nuovo film, che si concentra maggiormente sul dramma interiore e sugli aspetti psicologici del protagonista, dando più peso al mondo umano rispetto a quello divino. D'altronde l'Odissea omerica si apre con la parola andra, accusativo di aner (uomo). Ecco che la figura umana assume una nuova centralità, diventando il tema principale dell'opera. L’Odissea narra del nostos di Odisseo, ovvero del suo viaggio di ritorno a casa, Itaca, in seguito alla caduta di Troia. Si tratta di un viaggio travagliato, durante il quale l’eroe si deve confrontare con l’ira degli dèi ed approdare in terre non sempre ospitali. Odisseo non può affidarsi alla sola forza fisica per affrontare i mostri che incontra lungo il tragitto, ma deve attingere alle sue facoltà mentali, quali l’astuzia e l’ingegno, ora più che durante la guerra di Troia, o almeno nella breve porzione narrata nel poema dell’Iliade. L’episodio che sicuramente fa emergere questo aspetto della personalità dell’eroe è l’incontro col ciclope Polifemo, dove la sua mera forza bruta e la completa inciviltà del mostro fanno risaltare la prontezza dell’eroe. Questo tratto manca parzialmente nel film di Nolan, dove parte del celeberrimo inganno di Ulisse non compare. Nel poema, per far uscire i suoi compagni dall’antro in cui sono stati intrappolati, Odisseo fa ubriacare il semidio, dicendogli di chiamarsi “Nessuno”, outis. Caduto in un sonno profondo, Ulisse e i suoi lo colpiscono all’occhio con un palo d’ulivo, unico elemento che ritorna fedele anche nel film. Alle grida di dolore gli altri ciclopi accorrono, ma sentendo Polifemo affermare di essere stato colpito da Nessuno, si ritirano confusi. Nolan in questa scena si sofferma, più che sull’ingegno, sull’arroganza dell’eroe che, nonostante ormai fosse lontano dal pericolo, continua a istigare il mostro, provocando la sua ira e la vana morte di ulteriori uomini. Anche nel poema Ulisse pecca di tracotanza, la cosiddetta hybris: preso dal desiderio di gloria personale, urla il suo vero nome al mostro, permettendo così di invocare la maledizione del padre Poseidone, che lo perseguiterà per tutto il viaggio. Odisseo, o Ulisse secondo la cultura latina, è una figura mitica preesistente alla codificazione scritta dei poemi omerici e il suo nome compare già nei testi micenei. Sebbene l’Iliade e l’Odissea, fissate per iscritto nell’VIII sec a.C in seguito ad una lunghissima tradizione orale, segnino convenzionalmente un punto di inizio della letteratura greca, i poemi stessi confermano l’esistenza di una tradizione poetica anteriore. La loro tecnica narrativa in medias res, che non si preoccupa di informare il lettore circa le cause scatenanti della guerra, nell’Iliade, o di presentare il proprio eroe, nell’Odissea, dimostra che il pubblico destinatario fosse già a conoscenza della vicenda. In più, i poemi omerici sono puntellati di ripetizioni ed epiteti, chiamati formule, che rispondono alla necessità di una tradizione orale ed erano finalizzati alla memorizzazione dell’aedo. L’immenso repertorio di poemi che spaziavano dall’origine del cosmo alla fine dell’età degli eroi era organizzato nel cosiddetto ciclo epico, solo in minima parte conservato. Le stesse informazioni su Odisseo e le sue imprese sono parziali nell’Odissea, nonostante egli sia il protagonista assoluto dell’opera, e il suo quadro d’insieme doveva essere fornito dalla tradizione ciclica e da vari miti, in gran parte perduti. Sicuramente ad ispirare Nolan nella scena dell’inganno del cavallo non fu l’Odissea di Omero, che presenta soltanto alcuni brevi cenni e riferimenti all’interno del libro VIII. La trattazione più ampia del celebre episodio si trova nel II libro dell’Eneide, che Virgilio compose probabilmente conoscendo e attingendo a un ciclo epico minore incentrato sulla presa di Troia (Troiae Halosis o Iliou Persis). Il soggetto, intrinsecamente tragico, si prestava molto bene anche alla composizione di tragedie, anch’esse per la maggior parte non conservate: possiamo ancora leggere quelle del ciclo della guerra di Euripide, come le Troiane, l'Ecuba e l'Andromaca, e sappiamo dell'esistenza di opere come il Laocoonte e il Sinone di Sofocle. Sicuramente è il poema virgiliano la fonte per il personaggio di Sinone, che, a differenza di quanto mostrato nel film, è consapevole dell’inganno che sta per essere tramato ai danni dei troiani ed è proprio colui che, dopo aver finto di essere stato abbandonato dai compagni, su istruzione di Ulisse, convince i nemici a portare il cavallo dentro le mura. La caduta di Troia e la conseguente vittoria dei greci è sancita non dalla forza o dalla lealtà, ma dal dolus, l’inganno. Nell’Eneide, quindi, Ulisse viene mostrato attraverso gli occhi dei vinti, sottolineando la sua indole vile e la sua diabolica intelligenza, e viene appellato, nel libro II, scelerum inventor, cioè inventore\ideatore di azioni delittuose. Dalle diverse fonti si delinea un personaggio poliedrico e sfaccettato: Odisseo non è soltanto un guerriero valoroso e forte, ma anche un uomo curioso e sempre pronto a trovare delle soluzioni grazie alla sua prontezza e lucidità. Tuttavia, talvolta la sua figura nella letteratura si sdoppia e non appare sempre come l'eroe tipicamente positivo, ma come prototipo della falsificazione e dell'ipocrisia. La figura di Ulisse è arrivata fino a noi e per secoli la ritroviamo in numerose opere della letteratura europea. Pensiamo in primo luogo alla sua presenza nel XXVI canto dell’Inferno dantesco; l’eroe greco viene inserito nella VIII bolgia, tra i consiglieri fraudolenti. Interpellato da Virgilio, Ulisse inizia il tragico monologo sul suo ultimo viaggio, animato dalla curiositas, non attenuata nemmeno dall'amore paterno e coniugale. Egli infatti, finalmente rincasato, decide di intraprendere il folle volo e superare le colonne d’Ercole, il confine del mondo conoscibile. Grazie all’arte della parola convince i suoi compagni a seguirlo, invitandoli ad assecondare la loro natura di uomini, non creati per «viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza» (v. 119). L’impresa sarà destinata al fallimento, in quanto, il tentativo di sfidare i limiti imposti avviene utilizzando soltanto la ragione umana, essendo Odisseo estraneo alla grazia divina. Dante, sebbene lo condanni, è coinvolto emotivamente e si identifica nell’eroe per la sua sete di conoscenza. Nonostante nell’Odissea l’indovino Tiresia predica la morte per mare dell’eroe, l’episodio narrato da Dante non compare ed è probabilmente tratto da una leggenda medievale. Dante non conosceva direttamente le opere omeriche, tuttavia aveva dimestichezza con le diverse interpretazioni del personaggio omerico fatte dai diversi autori latini, Virgilio e Ovidio in primis, ma anche Cicerone, Seneca e Orazio. L’eroe di Nolan, schiacciato dal senso di colpa e di responsabilità per le azioni delittuose, soprattutto per il fallimento nel proteggere i suoi compagni, sembra ricalcare la figura di Odisseo della letteratura novecentesca, che assume una sfumatura più introspettiva e il cui viaggio diventa spesso metaforico. Il critico letterario Piero Boitani afferma che se «ci volgiamo indietro a rimirare l'alto passo dei cento anni appena trascorsi, vedremo Ulisse navigare per i mari di tutto il pianeta con impressionante frequenza», sottolineando il peso che questa figura ha avuto nel XX secolo, pur subendo una profonda trasformazione da eroe classico a simbolo della frammentazione e della solitudine dell’uomo moderno. Questa sfaccettatura trova espressione soprattutto nel capolavoro Ulysses (1922), dello scrittore irlandese James Joyce, che ha rivoluzionato e scardinato la struttura del romanzo ottocentesco, sviluppando il racconto come un continuo flusso di coscienza. L’opera è divisa in 18 capitoli, ognuno dei quali ha un tema e una corrispondenza tra i suoi personaggi e quelli dell’Odissea. Il nostos del moderno Odisseo, Leopold Bloom, si conclude in un’unica giornata, durante la quale le imprese eroiche sono trasformate in azioni quotidiane e apparentemente banali, narrate attraverso monologhi interiori che registrano pensieri e ricordi dei vari personaggi. Quello che si compie quindi è un viaggio condotto interamente nella coscienza. Il tema del viaggio come esplorazione interiore ritorna nella poesia Ulisse di Umberto Saba, pubblicata nella raccolta Mediterranee (1948), dove l’autore si identifica con l’eroe, che, come nella Commedia dantesca, conclude la propria esistenza per mare. Se nella poesia il mare è metafora della vita, Saba rifugge il porto sicuro per spingersi “al largo” continuando il suo viaggio curioso e inquieto, sospinto dal “non domato spirito”. Un altro Ulisse che in vecchiaia ritorna sui propri passi si trova nel poemetto L’ultimo viaggio di Giovanni Pascoli, inserito nella raccolta Poemi Conviviali (1904). In questo caso l’eroe decide di ripercorrere le proprie tappe, senza però ritrovare i mostri che orgogliosamente con astuzia aveva aggirato. Il ricordo di un passato glorioso sembra svanire e il vecchio pensa che le avventure mitiche siano state solo un sogno. Ritornato vicino agli scogli delle Sirene che non attraggono più col canto, ma sono mute ed immobili, si schianta con la nave contro di essi, senza raggiungere la conoscenza assoluta che aveva sempre desiderato e ricercato.

Desiderio, identità e appartenenza

L'Odissea di Nolan supera la dimensione del puro viaggio d'avventura soprattutto nella scena delle Sirene. È qui che si apre una prospettiva apertamente riflessiva e filosofica, capace di toccare gli spettatori per il suo valore umano e universale. Fino a quel momento Ulisse è un uomo che attraversa il mare, affronta mostri, perde compagni e cerca di avvicinarsi alla sua meta. Con le Sirene il pericolo prende una forma diversa: non è più solo davanti a lui, ma anche dentro di lui. Nolan costruisce la sequenza applicando una sottrazione intelligente. Gli uomini dell'equipaggio, come anche gli spettatori, hanno le orecchie tappate e non possono ascoltare il canto. Vediamo che Ulisse sta ascoltando qualcosa, osserviamo le sue reazioni, ma il canto maledetto ci è inaccessibile. Per qualche istante rimaniamo tutti esclusi da quello che sta accadendo e non ci resta che aspettare. La scelta è semplice ed efficace. Nolan avrebbe potuto trasformare il canto delle Sirene in un momento spettacolare del film, avrebbe potuto renderlo visibile e udibile allo spettatore. Invece ci impedisce di ascoltare. In fondo nessuno lo aveva mai ascoltato senza poi incontrare la morte. Ulisse è l’unico che sopravvive. Nolan, quindi, ci vuole restituire quel senso di impotenza e di mistero dei racconti epici. La seduzione delle Sirene ci viene mostrata attraverso il volto di chi la sta vivendo. In questo modo la scena assume quasi la forma di un processo psicologico: non ci interessa sapere soltanto che cosa stiano facendo le Sirene, ma che cosa stiano facendo a Ulisse. Solo dopo possiamo intuire la natura di ciò che Ulisse ha sentito, attraverso le sue parole: «Era tutte le cose che avresti voluto essere e poi tutte le cose che avresti voluto non aver mai desiderato. Era un prurito delizioso che vorresti grattarti ma lo trovi sotto la pelle e non riesci a raggiungerlo». La frase cambia completamente il senso dell’episodio. Le Sirene non offrono a Ulisse una conoscenza universale. Parlano delle sue mancanze, dei suoi desideri e dei suoi rimpianti. Il loro canto sembra esprimere tutte le possibilità che ogni persona porta con sé ma che, scegliendo una strada, è costretta a lasciarsi indietro. La tentazione, quindi, non sta nell'avere qualcosa, ma nell'essere qualcun altro. Le Sirene offrono la versione migliore di noi stessi, quella che non abbiamo mai avuto la possibilità di diventare e che forse non potremo mai essere. Non promettono un futuro, ma riaprono tutte le possibilità che il passato ha già chiuso. Il «prurito delizioso» raccontato da Ulisse rende perfettamente questa contraddizione. Attrae proprio perché rimane irraggiungibile, è una sensazione che si vorrebbe soddisfare ma che, trovandosi «sotto la pelle», resta fuori dalla nostra portata. Il desiderio diventa così sia piacere che sofferenza: più ci si avvicina a ciò che si vorrebbe, più diventa impossibile averlo. È difficile non riconoscere, in questa tentazione antichissima, qualcosa di profondamente attuale. Anche noi viviamo circondati da possibilità diverse, reali o immaginate: le strade che non abbiamo preso, le persone che avremmo potuto essere, le vite che avremmo potuto costruire se avessimo scelto diversamente. La possibilità di confrontare continuamente la nostra vita con quella degli altri attraverso i social media rende questa inquietudine ancora più forte. Le Sirene parlano di una condizione che non riguarda più soltanto Ulisse. Mostrano il desiderio di misurarsi con una versione ideale di sé e la difficoltà di accettare che ogni scelta esclude tutte le altre. È forse per questo che, tra le sequenze del film, quella delle Sirene è una delle poche che non colpisce per la spettacolarità delle immagini, ma perché Nolan trasforma un episodio mitologico in una riflessione sul desiderio, sul rimpianto e sulla tentazione di inseguire ciò che non potremo mai avere. Ma se le Sirene rappresentano tutte le possibilità che Ulisse avrebbe potuto vivere, Itaca rappresenta quella verso cui ha scelto di tornare. Ed è qui che il significato del viaggio comincia a cambiare. Ulisse parte da Itaca per andare incontro al mondo e, nel corso del viaggio, perde un po’ alla volta tutto ciò che lo accompagnava dalla partenza. Quando finalmente tornerà, non sarà più l'uomo che aveva lasciato l'isola, ha conosciuto altri luoghi, altri uomini, la perdita e la paura. A ogni nuova sfida ha lasciato vecchi pezzi di sé, la sua evoluzione interiore è stata tanto dolorosa quanto necessaria. Ma anche Itaca, nel frattempo, è cambiata. È proprio questa dimensione del viaggio a trovare una delle sue interpretazioni più famose nella Itaca di Konstantinos Kavafis, che paragona il percorso di Ulisse al viaggio della vita di ciascuno di noi. Nella poesia, l'isola non viene presentata come un premio da raggiungere il più velocemente possibile, ma come ciò che rende possibile il viaggio stesso. Kavafis invita il viaggiatore a desiderare una strada lunga, ricca di incontri, esperienze e conoscenze. Lo raccomanda di non avere fretta di giungere a destinazione, perché quando finalmente raggiungerà Itaca avrà già compreso che il vero valore della destinazione sta nel percorso che lo ha portato fin lì. In questa prospettiva, Itaca non è tanto ciò che Ulisse deve conquistare, ma ciò che dà una direzione alla sua esistenza. Senza una meta, non ci sarebbe viaggio, ma una volta raggiunta, la meta non può restituire il tempo trascorso né cancellare ciò che è accaduto. Quello che resta è l'esperienza raccolta lungo il cammino, perciò bisogna godersi ogni istante. Ed è forse questo uno dei significati più profondi del ritorno di Ulisse. Tornare non significa recuperare il passato esattamente come lo si era lasciato. Significa confrontarsi con ciò che è rimasto, con ciò che è cambiato e soprattutto con ciò che, nonostante il cambiamento, continua a valere. Per questo Itaca può smettere di essere solo un'isola. Può diventare una casa, ma intesa non per forza come luogo fisico, bensì come spazio di appartenenza, memoria e identità. È il luogo nel quale speriamo di poterci riconoscere dopo esserci allontanati da noi stessi.

«Ma possiamo davvero chiamare casa quello che ci siamo lasciati alle spalle? - Elisa Frare »

Il problema si complica ulteriormente se si considera che il ritorno di Ulisse non riguarda soltanto lui. Ad aspettarlo c'è Penelope, rimasta a Itaca per tutti gli anni della sua assenza. Il mito ci ha abituati a leggere la sua attesa come il simbolo della fedeltà, della pazienza e dell'amore coniugale. Ma guardare Penelope con gli occhi del presente vuol dire anche mettere in discussione questa immagine. Mentre Ulisse viaggia per il mondo, cambia, conosce e sperimenta, Penelope resta. Il suo viaggio è un viaggio immobile, costruito sull'attesa. E allora diventa naturale chiedersi quale sia il prezzo di quella fedeltà. È davvero soltanto una forma di amore e di scelta personale oppure deriva anche da un ruolo imposto, da una società nella quale la donna è chiamata alla staticità e alla passività? La domanda non richiede necessariamente una risposta. In fondo l'Odissea non racconta soltanto la storia di chi parte, ma anche di chi resta. In questo senso, il ritorno di Ulisse non è solo la fine del suo viaggio, ma è l'incontro tra due persone che hanno vissuto, in modi completamente diversi, gli stessi vent'anni. Proprio in questo risiede la capacità del concetto di Itaca di parlare al presente. In un mondo nel quale muoversi, partire e cambiare è diventato sempre più comune, la casa non è necessariamente la terra natia. Può essere il luogo verso cui si sceglie di tornare, oppure quello nel quale, dopo aver vagato a lungo, si riesce finalmente a sentirsi a casa. Il viaggio di Ulisse ci ricorda allora che tornare non significa necessariamente retrocedere. Il ritorno, nel dinamismo continuo della nostra esistenza, ci insegna cosa vale la pena far restare immutato.

Conclusione

L’Odissea di Nolan potrebbe lasciare un segno duraturo nella storia del cinema per il continuo confronto tra ciò che resta e il flusso incessante del cambiamento. In un'epoca in cui quasi nessuno investirebbe centinaia di milioni di dollari per portare sullo schermo un poema nato quasi tremila anni fa, Nolan compie una scelta che guarda contemporaneamente al passato e al futuro. Da una parte affida il mito alle tecnologie cinematografiche più avanzate, senza però permettere che queste sostituiscano la realtà; dall'altra torna a una storia che, nel corso dei secoli, ha continuato a generare nuove interpretazioni e a ispirare poeti e scrittori. Ulisse è stato raccontato, riscritto e trasformato innumerevoli volte, senza mai perdere il suo fascino: forse perché, a ogni epoca, la sua figura è riuscita a porre domande diverse a chi la osservava. Perché, in fondo, Nolan dimostra che Omero non ha mai smesso di essere attuale. Le Sirene continuano a parlarci del desiderio di essere diversi da ciò che siamo, Itaca della necessità di trovare qualcosa verso cui tornare. È questa la vera forza di un’opera immortale: non rincorrere il futuro dimenticando ciò che è stato, ma guardare abbastanza lontano da scoprire che alcune storie ci stavano già aspettando.

Bibliografia

The Odyssey, in «Rotten Tomatoes», https://www.rottentomatoes.com/m/the_odyssey_2026 (si apre in una nuova scheda) (ultimo accesso: 23/09/2026).

M. Dargis, ‘The Odyssey’ Review: Passion in Every Frame, in «The New York Times», 15 luglio 2026, https://www.nytimes.com/2026/07/15/movies/the-odyssey-review.html (si apre in una nuova scheda) (ultimo accesso: 23/09/2026).

K. Maher, The Odyssey Film Review: Christopher Nolan, in «The Times», 15 luglio 2026, https://www.thetimes.com/culture/film/article/the-odyssey-film-review-christopher-nolan-x7cf6dsst (si apre in una nuova scheda) (ultimo accesso: 23/09/2026).

B. Bragadini, ‘Odissea’ di Christopher Nolan è una grande epopea che lascia il cuore un po’ al largo, in «Rolling Stone», 16 luglio 2026, hhttps://www.rollingstone.it/cinema-tv/film/odissea-di-christopher-nolan-e-una-grande-epopea-che-lascia-il-cuore-un-po-al-largo/1034806/ (si apre in una nuova scheda) (ultimo accesso: 23/09/2026).

P. Boitani, L'ombra d'Ulisse. Figure d'un mito, Bologna, Il Mulino, 1992.

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