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I Corponauti

Margherita Moretti - Luna28 settembre 2026

L’alba (XIV a.C)

Il sole è da poco sorto all’orizzonte e le calde luci dell’alba si riflettono sul levigato specchio d’acqua. La nave di Argo è pronta a salpare dal molo di Iolco. Al comando Giasone, affiancato da un numeroso equipaggio, il più eterogeneo che la mitologia greca ricorderà. Un lungo viaggio pieno di sfide che selezionerà i più resilienti. Le Simplegadi, due scogliere che, scontrandosi improvvisamente, stritolano chiunque vi passi in mezzo. Ad aspettare gli audaci avventurieri c’è un drago che non chiude mai occhio, pronto a proteggere l’ambito premio. Non oro, non gemme preziose, ma un tesoro che esprime un giudizio da pronunciare su sé stessi ancor prima di essere conquistato. Il vello d’oro: la pelle di un ariete leggendario, custodita all'altro capo del mondo conosciuto. Il vello d’oro: la prova che gli argonauti meritano la gloria e il trono, il nome che la storia darà loro.

La mattina (1492)

Il sole è ormai alto sopra la linea dell’orizzonte e le accecanti luci mattutine hanno già scaldato la levigata superficie dell’acqua. Le tre caravelle sono pronte a salpare dal porto di Palos de la Frontera. Al comando Colombo, affiancato da un numeroso equipaggio. Questa volta non è una spedizione di conquista, bensì una fragile scommessa. Un lungo viaggio pieno di sfide che selezionerà i più resilienti. Ad aspettare gli audaci avventurieri c’è un oceano infinito e rotte mai percorse prima. Questa volta, tuttavia, il viaggio verso l’ignoto è arricchito di moderni strumenti per orientarsi nella navigazione dell’inesplorato oceano. Ad aspettare Colombo, come premio, un titolo di viceré e ammiraglio di tutte le terre scoperte Il vello d’oro: ciò che si ottiene senza cercare. Il vello d’oro: l’idea che ogni terra emersa sia qualcosa da colonizzare e rivendicare, ancor prima di essere esplorata.

Mezzogiorno (1893)

Il sole splende forte su Chicago e i suoi raggi vengono riflessi ovunque dalle argentee superfici dell’imponente ruota panoramica. La città è inondata dal soffocante caldo estivo e le sue meraviglie tecnologiche sembrano annunciare un futuro senza più confini da attraversare. Gli insediamenti si sono diffusi disordinatamente a macchia di leopardo in tutto il territorio occidentale e la linea netta che delimitava la «terra libera» dalla «terra colonizzata» si è ormai frammentata. Il West non è più, ormai, una terra da occupare. Ogni volta che una frontiera viene oltrepassata, il fuoco che l’aveva bramata non si spegne, ma si sposta. Lo stesso desiderio, ma diverse coordinate. Questa volta non ancora più a ovest, bensì oltreoceano. Il vello d’oro: quella striscia di terra libera che per secoli ha spinto l’Uomo a ingegnarsi e sfidare la sorte per la sua conquista. Il vello d’oro: quella striscia di terra libera, semplicemente, non esiste più.

Il pomeriggio (1969)

Il sole è ormai una palla infuocata al centro dell’azzurro cielo limpido. Apollo 11 è pronto a salpare dalla stazione di Cape Canaveral. Al comando Neil Armstrong con il suo fidato equipaggio, ma questa volta non è una spedizione di conquista, bensì una tenace scommessa. Un lungo viaggio pieno di sfide che selezionerà i più resilienti. Ad aspettarli, un oceano infinito di stelle e una rotta mai percorsa prima. Questa volta, tuttavia, il viaggio verso l’ignoto è arricchito di moderni strumenti per orientarsi nella navigazione dell’inesplorato cosmo. Ad aspettare Armstrong come premio non ci sono oro o gemme preziose, né un titolo di viceré o ammiraglio di tutte le terre scoperte. La difficoltà stessa del viaggio, non il suo eventuale bottino, è la testimonianza del suo valore. Il vello d’oro: quella striscia di terra libera che per secoli aveva spinto l’Uomo a ingegnarsi e sfidare la sorte per la sua conquista, questa volta è diventata verticale. Il vello d’oro: tutti i limiti sono stati annientati, la corsa è sfrenata.

La notte (2026)

Il sole è da tempo tramontato all’orizzonte, le fredde luci dello schermo si riflettono sulle nere pupille di un volto addormentato a metà. Nessun numeroso equipaggio, nessun canto di partenza, ma la ricerca di un’intangibile ricompensa. Non oro, non gemme preziose, ma un tesoro che esprime un giudizio su sé stessi ancor prima di essere conquistato. Il vello d’oro: quella striscia di terra libera, che per secoli aveva spinto l’Uomo a ingegnarsi e sfidare la sorte per la sua conquista, questa volta non è più oltreoceano e nemmeno sopra le nostre teste. Il vello d’oro: ora la striscia non è più fatta di terriccio, di sassi, di oro, di cannoni. Ora essa è ristretta e insidiosa, perfino carnale. Quella striscia di terra si chiama corpo. In ballo c’è sempre la stessa ricompensa; la promessa di una meta, di un valore guadagnato nel riuscire a raggiungerla. Questa volta, però, il soggetto e l’oggetto convergono, il colonizzatore e il territorio da colonizzare coincidono. Anche le parole usate rimangono le medesime: sfidare i propri limiti, un obiettivo da raggiungere, un corpo da rimettere in forma, come se la nostra pelle fosse un territorio da bonificare. Un viaggio che parte da uno specchio e in molti casi finisce per naufragare in un oceano infinito, chiamato rete. Il rischio di smarrirsi, solcando le burrascose onde del mare digitale, nella ricerca smaniosa di un corpo da conquistare, è altissimo. A rendere inaccessibile il tesoro ambito è un drago, che non dorme mai: degli standard che rotolano nel dirupo sempre più velocemente, impossibili da afferrare, in continuo cambiamento. La sentenza, pronunciata un tempo dal re all’eroe di ritorno da un’impresa impossibile, è la stessa pronunciata sul proprio corpo. Quello che è cambiato non è il bisogno di avere una nuova frontiera ma quello che oggigiorno chiamiamo vello d’oro. Il vello d’oro: il simbolo che ai confini del mondo conosciuto esista sempre qualcosa che, una volta conquistato, possa finalmente dirci chi siamo. L'insostenibile ricerca dell’effimero. La perdita del nostro io.

L’indomani (2030)

Ogni volta che i confini del possibile sono stati spostati da una nuova tecnologia, l’Uomo si è trovato ad oscillare tra paura e padronanza. Fin dall’antichità davanti a ogni invenzione c’è stato il timore che le sorti dell’umanità potessero per sempre cambiare. A partire dal fuoco che, nonostante abbia permesso di cucinare gli alimenti, difendersi dalle prede e illuminare le buie ore notturne, ha dovuto fin da subito essere controllato con gli accorgimenti e gli strumenti adeguati. Platone, nel Fedro, invece, espresse il forte timore che la scrittura potesse indebolire per sempre la memoria dell’Uomo. Ma è proprio grazie alla scrittura che oggi possiamo godere del pensiero di Platone stesso. Oggi il fuoco e la scrittura si ripetono nei social media: non una moda passeggera, bensì una solida infrastruttura che ha influenzato radicalmente il nostro modo di vivere. Un cambiamento i cui effetti dipendono dall’uso che ne facciamo, proprio come accade con il fuoco. Il pedagogista Dieter Baacke già nel 1997 aveva coniato il termine di «competenza mediatica», ossia l’atto di imparare ad usare i social, esattamente come si impara a leggere e a scrivere. Per navigare nell’ignoto mare digitale serve una solida nave, un fidato equipaggio e la giusta bussola. Ma se il valore di Giasone dipendeva unicamente dal vello d’oro, poiché senza di esso non aveva il diritto al trono, per noi marinai odierni il nostro valore è dentro di noi. Non esiste nessuna Colchide che custodisce la possibilità di sentirsi amati e presi in considerazione. Il corpo non è un luogo che va ricercato altrove per avere il diritto di essere abitato. In un mare di specchi e immagini patinate, un’intera generazione si è convinta che il proprio valore sia qualcosa da guadagnarsi con impegno e fatica. È indispensabile, quindi, istruire i giovani prima che salpino in quel mare tempestoso, non potendo in alcun modo impedire loro la partenza. Ma soprattutto è fondamentale indirizzarli nella scelta della giusta rotta e della giusta meta. I social sono un immenso spazio pieno di infinite opportunità e stimoli, ma nel quale, se si perseguono gli ideali sbagliati, è facile inabissarsi. Qualcuno, purtroppo, in quel mare si è perso, navigando verso il continente sbagliato alla ricerca di un tesoro che non esiste. Tra le onde impetuose, sirene amichevoli, come i gruppi pro-ana e pro-mia, promettono il vello d’oro, fornendo un rifugio sicuro ai naufraghi solitari. Nessuno può ritornare a riva contando soltanto sulle proprie forze. È necessario l’intervento di coloro che quel mare lo conoscono bene, ovverosia gli specialisti e i familiari. È necessario che queste figure non si limitino ad indicare la direzione verso la riva a chi si è smarrito, ma salgano direttamente a bordo della nave per riportarlo a casa.

«Il corpo non è un luogo che va ricercato altrove per avere il diritto di essere abitato.»

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