Kosmos — universo studenti

Magazine degli studenti
Università di Udine

← Scrittura creativa

TEOGONIA

Filippo Plazzotta28 settembre 2026

Dai resti della formala prima era del mondoera il caos:

.Nullamasquarciliquidiroventiarchi di fuocolapilli emersifiumi di magmamari da uraganila via per intenseproliferazioni didensi agglomeratidi enti cellularicon l’autentica famedi afferrare la vita.

Aleggiano correntinel fondale con algheche, scartando sospiricon atomi d’ossigeno,innalzano nel marelo strato d’atmosferache è stato d’asfissia.Causa di morte ai più,per un due di respirinecessari agli spasmidei vivi superstitinell’Odissea dei vermi:

Serpenti filiformitrasportati dal ventocavalcano correnti,conformi a dei giganticavalli a briglie sciolteche infrangono conchiglie,per frazioni costantidi nemmeno millimetrima in fondo, per millenni,superando il confinedi tante evoluzioni.

Alla fine, mai vistecreature indefinibilidominano gli oceaninavigando con cigliaimmerse nel profondofondale ignoto e buio,si scontrano talvoltacon delle apparizionid’intermittenti pescicon luci a penzolonifra due occhi da trota.L’abbaglio inonda il maremostrando delle codee tumulti di pinnecon strana forma e taglio:zanne adatte a raschiaredure carni d’altrecreature preparateallo scontro violento,vestite con corazzee armate con immensetenaglie, ricercanopesci con squame d’oroo ancora altri con formedi mezze lune stesesu dune di tritatiammassi in fini sabbiein stato di mimesia tal punto evolutoda essere introvabili.

Razze di pesci erbivorinel mentre ricercanola copiosità di erbafra acque dolci che infrangonola terra detta emersa.Uno fra questi pescimasticando uno stelosi dà lento la spintae fa leva sul fondolevando così fango;per drizzarsi più in altodove aria e sole generanoi più succosi e morbidiciuffi d’erba a grappoli.Soccombe al proprio pesoe crolla sulla rivaannaspa fra i lombrichi,boccheggia la rugiada,agitando la codasi muove fra gli attritidella melma, finché non fischia un dardo.Lesa la vita freme più che maie pulsa tanto vivo e forte il sanguepoi, riverbera l’eco di distantispasmi, respiri, carni, vivi affannie morto; nella melma; giace avvolto.

Gli anfratti brulicano di passie sfrigolii di luci tenutedagli arti trepidanti di primati.I cacciatori rincasano ornatida lunghi spiedi riempiti di prede:fra cosce di mammut e scarafaggibrillano gli occhi del pesce che spinsela fame oltre i paletti dei villaggi.Viaggia tra i faggi, capovolto e scosso,dondola fra vallate, fiumicinie notti di convivi, attorno ai fuochi:risate, grida, giochi; e poi baci.

Distese attorno alle braci, le bracciacercano con affanno e con premurale strette. Vide, il pesce come stettel’Uomo a guardare la luna e le stelle.

Poi, l’indomani riparte la marcia:scrutando dei sentieri alternativiprovano a trapassare gli altopianiche conducono a valli inerpicateattraversate da gorghi di rapideche colano da irti antri montani.Arrampicatisi, vedono aguzzisperoni di granitiche e anticherocce; che cingono un’ampia radurae perciò son dette mani dai localie salutate come cari amicidai viaggiatori che tra urla e spintonifanno a gara a chi arriva primo a casa.

Così col pesce stretto in braccio passanodai boschi folti d’alberi a costruttidi pali, prima radi e poi più fitti,ficcati come inflitti spilli a terra.Gli abitanti convergono da ovunque.Attorno a un ammucchiarsi di ossa e sterpitinti violacei dal sangue che coladal corpo umano che grave vi posa.

Tutti lo acclamano come sciamano.

Una botta fra due sassi fa sciack.Serpeggia una scintilla che si sfogain un fiume di fiamma. Tutto brucia.Dal mucchio che arde, egli chiede con calmache gli passino il pesce per il rito.

Mentre s’innalza il fuoco, lo sciamanosi alza e canta le formule insegnateglidal padre e tramandate a lui dal nonno.Le accompagna sferzando un ramo spogliodi frassino. Nel mentre guarda il mortoe non vede più il mondo; sono soli.

L’odore di pesce, arso nelle scaglieil calore scoppiante che pervadei piedi e sale le gambe, bruciate.Pelle, bruciata di umano e il fastidioriverbera in riflessi fra le scagliela voglia di scagliare lo sciamanoma lontano, lontano, superatele ampie pianure, i rivoli montani,dove egli nacque. Fra le acque dei marinatali. Sale dai fondali e bruciail sapore del sale della primapesca col capo del clan familiarequando curioso si bagnò le labbracon le mani a far conca. A far gabbiaal prigioniero morto sulla sabbiaarida. Contò i tratti della mortenelle viscere sparse. Nelle viscerecalde; di fiamme. Del sole? Ci brucia?Dall’infinito cielo o dal profondome... Noi... «Perché morire?» dicono i due.

La platea sbalordita grida: «Vita!»e domanda: «Dio?»e la coppia:«Dio?Chi?Io?No!GPT»

e scoppia.

Commento al testo di Lorenzo Cardilli

Il primo aspetto che colpisce il lettore della Teogonia di Filippo Plazzotta è l’impaginazione calligrammatica, ottenuta tramite l’allineamento al centro. Si tratta di un lunghissimo “serpente filiforme”, che si snoda allargandosi progressivamente da primi esili, balbettanti monosillabi a versi via via più grassi, specie settenari e poi endecasillabi. Il crescere dei versi è in qualche modo mimetico, si accorda all’origine e all’espansione della vita, che prende avvio, filologicamente, dal caos esiodeo dei primissimi versi (allineati a destra in una specie di ingresso/epigrafe), ma anche da un singolo punto (il big bang?) e dal più sincretico nulla, sillabato con licenza. Questa poesia-anellide, che si articola in 14 strofe o segmenti a lunghezza variabile, ripercorre inizialmente la nascita dei primi organismi, quei «densi agglomerati | di enti cellulari» mossi da una «fame» nefasta, distruttiva («ogni cosa vuol digrumare», scriveva con impareggiata lucidità Angelo Maria Ripellino in Notizie dal diluvio). La vita si caratterizza dunque fin da subito come “fiero pasto”, «Odissea dei vermi» in cui si consuma la cosiddetta catastrofe dell’ossigeno: i cianobatteri immettono nel mare e poi nell’atmosfera il cruciale elemento come scarto dei loro processi metabolici (la fotosintesi), provocando l’estinzione di massa delle specie anaerobiche. «alghe che | innalzano nel mare | lo strato d’atmosfera | che è stato d’asfissia»: il calembour paronomastico-parallelistico aiuta a sottolineare la crudeltà dell’evoluzione e la feroce contiguità tra morte e vita. Sembrano proprio queste “alghe”, tra l’altro, i resistenti organismi magnificati nella terza strofa: nati circa 3,5 miliardi di anni fa ma tuttora capaci di «superare il confine di molte evoluzioni» e, aggiungo, di altrettante estinzioni. Mosso da un afflato epico di ispirazione evoluzionistico-paleontologica, l’autore salta dai batteri vermiformi ad altri organismi, probabilmente ciliati o pesci primordiali; tra questi ultimi spiccano «intermittenti pesci | con luci a penzoloni | fra due occhi da trota». Si tratta di antiche “rane pescatrici”, appartenenti all’ordine dei lofiformi, pesci provvisti di un'appendice sulla fronte che termina con una sorta di lucciola. I versi si soffermano con particolare gusto da sistematico sulle creature degli abissi, tra cui paiono sfilare i placodermi, i primi pesci dotati di mascelle e quindi pronti a “digrumare” con efficacia («zanne adatte a raschiare | dure carni d’altre | creature preparate | allo scontro violento, | vestite con corazze»). Ma da questo ormai popoloso brodo primordiale il racconto filogenetico subisce una brusca accelerazione. Un pesce erbivoro si arrischia per fame in zone costiere e viene trafitto dai cacciatori. Gli homines – nel frattempo già evoluti e insediati in villaggi palafitticoli – trasportano la preda nel contesto di una cerimonia funebre, dove lo sciamano officiante sembra precipitare in uno stato di coscienza alterata: un trip indotto forse proprio dal pesce, magari una preistorica salpa allucinogena? Il finale surreale giunge a sorpresa, con la tirata epica che vira in una specie di teatrino dell’assurdo: una coppia (lo sciamano e il morto? lo sciamano e il pesce? altri due?) si interroga sul modesto problema della morte, pare voler opporsi al proprio destino. Da qui lo scambio con la platea, in un comico botta e risposta che infila, in modo problematico, alcuni massimi sistemi: «“Dio? | Chi? | Io? | No! | GPT”», con divertente rima per l’orecchio e sfrangiamento della misura versale, che si riallaccia al punto di partenza. Come reagire di fronte a questo twist finale? Perché “GPT” fa capolino dopo un arcaico rito funebre? L’autore sembra voler esorcizzare con ironia e gusto dell’assurdo il problema del futuro, adombrando questioni come la singolarità tecnologica o la transumanistica creazione di Dio. È Chat GPT l’attuale grado più alto della scala evolutiva, il vero soggetto/oggetto della teogonia? Anche l’AI, per evolversi, renderà tossica per altre specie la nostra bio- o noosfera, come prima fecero i cianobatteri nel Grande Evento Ossidativo? O saremo noi a farlo? Viene da pensare che si tratti di una “teogonia” di versi scritti o post-prodotti con un LLM, con cui il novello “versificatore” immagina in modo ellittico ed incongruo la propria genesi. Tuttavia, è certo che l’autore voglia alludere al problema della tecnologia, collegando il motivo prometeico del fuoco («Una botta fra due sassi fa sciack. | Serpeggia una scintilla […]») al rito funebre e poi alla rapidissima impennata evolutiva, con effetto a metà tra 2001 – Odissea nello spazio e il “bang” evocato nella chiusa degli Uomini vuoti di Eliot. A ben vedere, però, sono una tecnologia anche endecasillabi e settenari, qui impiegati con frequenti inarcature per mimare il passo ostinato dell’evoluzione, in una sequenza fluida ancorché aggravata qua e là dall’enfasi e da alcune zeppe. Se la poesia consiste in un’altra forma di tecnologia (obsoleta, ma solo da 5000 anni), è anch’essa agente e strumento di un «eterno ed uguale festino di lutto», per dirla sempre coi versi di Ripellino? Può essere, ma intanto si protende come un ciglio, un flagello, indaga lo spazio, ne esplora le contraddizioni.

Sull'autore

Filippo Plazzotta è nato a Palmanova (UD) nel 2003. Dopo essersi diplomato al Liceo Scientifico N. Copernico di Udine e laureato in lettere presso l’Università degli Studi di Udine, è entrato nella Scuola Superiore di Toppo Wassermann, dove sta ultimando gli studi magistrali nella facoltà di Italianistica. In fatto di scrittura poetica ha poco da vantare: ha partecipato soltanto a un concorso poetico e, vista l’esperienza, sostiene di non voler replicare. Ha molti interessi, ma non intende sciorinarli: non vuole assolutamente che il gentile lettore si annoi fra -ismi che in fin dei conti poco o nulla aggiungerebbero a ciò che ha già scritto in versi.